Gen17th

S. Agnese o l’arte del pettegolezzo (di Maria Cattini)

lapide-malelingue.jpgIl pettegolezzo è un’arte antica che preferisce i potenti ma non risparmia nessuno. Ci sono persone che hanno costruito carriere e altre che se la sono vista distruggere. Come ogni anno a L’Aquila si festeggia Sant’Agnese (il 21 gennaio) protettrice dei linguacciuti, martire cristiana, eletta sin dall’antichità a protettrice dei maldicenti e dei pettegoli, alla quale era intitolato un antico monastero nel centro cittadino, abitato dalle monache Celestine fin dai primi del Trecento. Esse accoglievano “giovinette pericolanti”, “donne da redimere”, “malmaritate”. Eufemismi per indicare le prostitute, popolane spinte dalla miseria verso il mestiere più antico del mondo, costrette a servire nelle case gentilizie dove erano pure “trastullo” dei signori. Conoscevano così tutti i segreti delle famiglie e non esitavano a metterli in piazza a gran voce, dentro e fuori il convento. E a L’Aquila ogni mese di gennaio (il 21 si festeggia appunto Sant’Agnese) si riuniscono le decine di confraternite devote alla giovane donna che subì il martirio per non aver voluto sottostare alle proposte indecorose del figlio di un pretore romano. Il 21 gennaio, rievocazione del martirio di Sant’Agnese, era vietato lavorare. Durante questa festa che, a causa dei rigori del clima, si svolgeva soprattutto nelle bettole, le “malmaritate” si vendicavano dei torti subiti dai signori raccontando ciò che sapevano di loro, non di rado aggiungendo una buona dose di malevoli commenti. Ci troviamo in un contesto storico permeato dall’umiliazione del popolo, nel malessere per la miseria, nell’insofferenza che si sfogava con scherni e insulti. Verso chi sparlava, peraltro, il rigore era sommo: vi erano editti che prevedevano “l’esilio perpetuo e il taglio della lingua”. Poiché era proibito “arringare contro le istituzioni” ma non parlar male delle singole persone, nel tempo si fissò la giornata dedicata alle “verità rivelate”: il 21 gennaio, quando il popolo poteva parlar male di potenti e oppressori. Era nata così la satira politica. Il ventuno gennaio è dunque un giorno di assoluta libertà dove le lingue si possono sfogare liberamente nel parlar male degli altri, nel fare quello che si fa al giorno d’oggi ogni giorno: parlare dei fatti altrui. E se non ci sono fatti veri vanno bene anche quelli inventati. La maldicenza? Chiedete a un pettegolo se esiste e vi risponderà: “ma no, è un’idea delle vittime di verità scomode”. In realtà, anche quando la calunnia assume la leggerezza del pettegolezzo da salotto rischia di stritolare l’oggetto delle chiacchiere ma tipica è la frase: “se si agita tanto vuol dire che c’è qualcosa di vero”.
Ma è proprio così? La maldicenza in realtà non è un tema recente visto che se ne parla da secoli nei trattati di teologia e morale non solo cristiana. Uno sport della parola che ha inizio con il genere umano. E andando indietro con la memoria troviamo maestri come Procopio che nei suoi libri ha fatto a pezzi l’imperatrice Demetra raccontando cose inverosimili che adesso fanno parte della storia. Già i greci usavano riunirsi in gruppo per parlare male di qualcuno, spesso assente. Lo facevano principalmente per trovare una forma di comunicazione che coinvolgesse anche i più timidi, quanti avevano difficoltà a trovare un argomento di conversazione. Alberoni ha scritto che «la maldicenza è anche una forma di lotta all’interno del proprio ambiente di lavoro. Vi sono individui che usano sistematicamente la maldicenza per rallentare o impedire l’ascesa di chi considerano un potenziale concorrente. I più astuti, poi, non denigrano direttamente. Mettono in giro delle voci che però, proprio perché circolano sulla bocca di tutti, vengono prese per vere». Diversa l’opinione di Francesco Cossiga: «La maldicenza è una critica in chiave sarcastica ma non è mai cattiva. Non è calunnia, o diffamazione. Deve sempre partire dalla verità». D’altra parte sono davvero pochi i «grandi» che non siano stati pettegoli o maldicenti nei confronti dei propri antagonisti, da Petrolini a Malaparte, da Marinetti a Montanelli non si salva nessuno.
I Latini lo chiamavano rumor, gli Inglesi lo dicono gossip, i Francesi parlano di potins e ragots, mentre in Nzema, una lingua che si parla in Africa, questi grumi di frasi pronunciate sottovoce sono indicati da una parola che ne riproduce il suono: huhuhuhu. Nell’èra dei mezzi di comunicazione di massa i pettegolezzi sono enormemente cresciuti per numero, produzione, tecniche di raccolta e diffusione; hanno occupato le cronache dei giornali, dato lavoro a paparazzi, fatto la fortuna di pettegoli pubblici e privati, ma, in sostanza, sono rimasti sempre gli stessi. Una differenza rispetto al passato è che oggi si è sfatato il luogo comune che considerava il pettegolezzo un’attività tipicamente femminile, riconoscendo che invece non ha sesso.
Il pettegolezzo non ha un’evoluzione o una dinamica: vive dell’essere riferito, dilatato, riportato. Nessuno ne è autore in prima persona: non a caso, le sue marche linguistiche tipiche sono i vari: «Corre voce…», «Si dice…», «Dicono…». Dicono chi? Nessuno racconta bugie, ognuno riferisce quello che ha sentito da altri, magari arricchendolo di una deduzione o un commento a sorpresa. L’importante non è il rispetto della verità, entità sfuggente e relativa, ma il mantenimento in vita della chiacchiera, comunicata, sotto il vincolo del riserbo più assoluto, alla persona giusta, che in un batter d’occhio la condurrà per sentieri sconosciuti. Strano destino, quello del pettegolezzo: passa di bocca in bocca con malsicura fermezza, nessuno se ne fa carico ma tutti contribuiscono a farlo circolare, ben pochi sono disposti a credervi sebbene molti si divertano ad ascoltarlo e prontamente ripeterlo. E poi, a ben pensarci, mica si tratta sempre di comari o di portinaie: gran parte degli universi della finanza e della politica, per citare solo due esempi, si fonda sul sentito dire, sulle voci e sui “rumori” che si propagano senza responsabilità e senza remore, influenzando i comportamenti più che concreti della Borsa o del Parlamento.
In realtà, più che chiedersi di che cosa parla il pettegolezzo, è bene andare a guardare tra chi circola, che genere di persone, grazie a esso, entrano in un qualche contatto tra loro. Da qui un cauto elogio della “portinaia”: dal suo gabbiotto essa media tra l’interno del palazzo e il mondo di fuori, ma soprattutto permette ai condomini di conoscersi senza frequentarsi. Senza i portinai, il mondo sarebbe certamente più triste: ma chi proteggerà questa specie in estinzione?

Come vuole la tradizione, prima di iniziare a desinare,tutti insieme il gruppo degli amici devoti, recitano La preghiera alla Santa Protettrice:

O gloriosa Santa Agnese,
Voi che sempre ci ispirate nella fede
Voi che “sparlate” continuamente ai nostri cuori,
Voi che tutto sapete degli altri
Voi che ci illuminate nel voler sempre sapere le altrui cose,
Volgete uno sguardo a noi tutti che imploriamo il Vostro favore.
- Ridestate nel nostro petto quell’amor proprio
al fine di affrontare sempre i problemi altrui
come se fossero i nostri
- poterli sempre divulgare in modo inequivocabile
anche senza le altrui volonta’
- ed infondi in noi l’essenza che tanto infiammo’  l’anima Vostra
Preghiamo insieme la venerabile Santa Chiara affinchè assista LA LAVANNARA
Invochiamo anche Santa Bernarda, la protettrice della LIMA SORDA

O gloriosa Santagnese,
Vojatri che sembre c’ ispirate neji semtimenti
Vojatri che ce parlete sembre aji cori nostri,
Vojatri che tutto sapete de’jatri
Vojatri che ce dete giudizio a sape ji c…. de’atri
Da loco su’ guardatece a nojiatri che ve’mploremo ecco abballe
- Reetece ji sentimentipe affronta’ ji problemi de’atricome se fossero ji nostri
- pe faji sape’ pure a’jatrisenza che essi lo vengono a sape’
- e acci pure a nojiatri ji sentimenti dell’anima

Te’nsieme Preghemo la vennerabbile Santa Chiara pozza assista LA LAVANNARA
‘nvochemo pure Santa Bernarda, la protettrice della LIMA SORDA

7 commenti a “S. Agnese o l’arte del pettegolezzo (di Maria Cattini)”

  1. Camillo Berardi Says:

    commento

  2. Camillo Berardi Says:

    SE MI VERRA’ COMUNICATO UN INDIRIZZO DI POSTA ELETTRONICA, POTRO’ INVIARE IL TESTO POETICO IN VERNACOLO AQUILANO E L’ESECUZIONE CORALE DEL PRIMO CANTO ISPIRATO ALLA S’ANT’AGNESE AQUILANA.

    CORDIALI SALUTI
    CAMILLO BERARDI

  3. Camillo Berardi Says:

    Camillo Berardi approva totalmente la nota di Maria Cattini su “Sant’Agnese o l’arte del pettegolezzo” e chiede di conoscere un suo recapito per uno scambio di opinioni.

  4. Agnese Mentuccia Says:

    sono Agnese ho 9 anni sto facendo una ricerca per la scuola su sant’Agnese grazie per il materiale che mi manderai.

  5. Camillo Berardi Says:

    Carissima Agnese,

    La Sant’Agnese aquilana è una santa pagana che non ha nulla a che vedere con l’importante Santa Cristiana.

    Le due Sante hanno in comune soltanto il giorno in cui ricorre la loro festività, il 21 gennaio di ogni anno.

    Ti invio una nota sulla storia e sulla tradizione della santa pagana aquilana, seguita dalle parole in dialetto e dalla relativa traduzione in italiano del primo canto ispirato a questa “strana” santa aquilana.

    Se vuoi ascoltare il canto, puoi digitare in internet, con “Google” la seguente dicitura: “Aquila TV Camillo Berardi” senza le virgolette.

    Per te, il cui nome è Agnese, la festa aquilana è sicuramente una curiosità, in ogni caso, auguri per il tuo onomastico,
    naturalmente quello religioso.

    Saluti.

    Camillo

    “Sant’Agnese a L’Aquila”
    LA TRADIZIONE SI FA MITO!

    Il 21 gennaio di ogni anno, nel commemorare S. Agnese, circa duecento confraternite aquilane, costituitesi in Suo onore, si riuniscono per lasciarsi andare ad una sarabanda di licenziosità e di smodata “maldicenza” cittadina, rievocando una singolare tradizione che affonda le radici nella “notte dei tempi”.
    Agli albori del XIV secolo, la Santa divenne protettrice delle linguacciute, delle donne ai margini della società, di coloro che si ritrovavano nella miseria, vittime di se stesse o di un destino avverso, nonché delle “malmaritate” (termine eufemistico per definire le prostitute) e delle “giovinette pericolanti”. L’immaginario collettivo aquilano fu colpito ed influenzato dall’efferato martirio, subito dalla giovane e casta Agnese, nel III secolo d. C., che, prima della decapitazione, venne “jugulata” (sgozzata).
    Molto più tardi, la Martire rappresentò per le peccatrici e le diseredate un fulgido esempio di purezza, degno della più profonda venerazione.
    A L’Aquila, il Monastero di S. Agnese risale alla seconda metà del 1300. Costruito a ridosso delle mura urbiche settentrionali, ospitava le “malmaritate” e le serve dei nobili. I segreti dei palazzi dove prestavano la loro opera, venivano raccontati “coram populo”, messi in piazza, conditi con l’immancabile dose di esagerazione, frutto del piacere perverso che solo la maldicenza sa dare. Quest’ultima, insieme al turpiloquio ed alla calunnia, trovò terreno fertile nel “modus vivendi” della comunità aquilana, presso tutti i ceti sociali.
    Era il 1874, quando il Monastero fu inglobato nelle strutture del vecchio Ospedale “S. Salvatore” dove, ancor oggi, possono essere ammirati gli ambienti monastici e la bella chiesa di S. Agnese.

    Come per negare quanto storicamente documentato, la festività di S. Agnese, negli ultimi sei anni, ha tentato di indossare vesti non proprie, promuovendo Convegni Nazionali ed internazionali, nell’ambito della manifestazione:: “IL PIANETA MALDICENZA”. I Simposi hanno visto, quali ospiti d’eccezione, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, chiamato scherzosamente “IL PICCONATORE”, grazie alle sue facili “esternazioni” e l’On. Giulio Andreotti, A fianco di tanta Autorità si sono ritrovati il famoso giornalista Bruno Vespa ed il Reverendissimo Padre Francesco Compagnoni, Rettore dell’Università “S. Tommaso Angelicum” di Roma, il giornalista Antonio Caprarica, le massime autorità abruzzesi e tante altre personalità
    All’interno delle manifestazioni, concorsi sul tema della maldicenza hanno richiamato un gran numero di artisti o aspiranti tali, dando vita a kermesse di lavori in prosa, poesia, recitazione, musica e folklore. “Ttre-giorni” dedicati allo spettacolo e al divertimento, nella suggestiva atmosfera del Teatro Comunale della città, che ogni anno diventa “Capitale della maldicenza”.
    Gli eventi intendevano spiegare correttamente le ragioni di tanta devozione nei confronti di S. Agnese tra gli aquilani, conferendo alla maldicenza peculiarità specifiche come quella di “valenza sociale” e “leale antagonismo”.
    L’ironia e la satira, però, hanno contrastato il goffo, quanto vano intento degli organizzatori del Convegno di edulcorare o meglio travisare quello spirito critico, volgare e trasgressivo, coltivato da secoli e rimasto invariato nella tradizione agnesina e non. I perbenisti e i politicanti sono stati sconfitti dalla loro presunzione che li aveva indotti a credere di poter cambiare la storia, la leggenda ed il mito intramontabile di S. Agnese.
    Sacro e profano amano da sempre scambiarsi la maschera, riuscendo a stupire chi pensa di distinguere la sottile, ma sostanziale differenza che, dividendoli, li unisce in un’entità bizzarra e poliedrica.

    Il poeta Alarico Bernardi ed il musicista Camillo Berardi- hanno deciso di unirsi al coro dei sostenitori del vero ed unico significato della parola maldicenza, componendo il primo Inno ufficiale dedicato alla Sant’ Agnese laica aquilana, dal titolo: “Sant’Agnese jugulata”.

    Camillo Berardi
    Alarico Bernardi

    SANT’AGNESE JUGULATA

    Sant’Agnese jugulata
    la reggina ‘e lla lencua e ju sfotto’.
    Sant’Agnese reprecata
    ‘na pipìzzela che non se’ po’ frena’.

    A mezza strai, fra storia e tradizio’,
    a L’Aquila te ‘nfrocio Sant’Agnese
    che se rencora pe’ lla deozio’,
    sintita da lla gente ‘e ‘stu paese!
    “Quistu che pare propriu ‘nu borghittu,
    è ‘na città borghese da ‘na freca!”
    So’ pricisatu co’ ‘nu sorrisittu,
    tantu ‘nguastita da non fa’ ‘na piega!

    Sant’Agnese jugulata
    la reggina ‘e lla lencua e ju sfotto’.
    Sant’Agnese reprecata
    ‘na pipìzzela che non se’ po’ frena’.

    “Girenno pe’ ‘ste rue, mopa e rattusa,
    me so’ ‘ncontrata co’ lla Maldicenza
    che, pirchipètela, striscea sgaliusa
    e tutti ji faceano riverenza!”
    Pocu cchiù abballe, pe’ lla stessa via,
    Pettegolezzo ‘icea ‘na fessaria:
    “Fasse ji fatti se’! Non esse’ spia!”
    Ma è chiacchiara’ che provoca gulìa!

    Sant’Agnese jugulata
    la reggina ‘e lla lencua e ju sfotto’.
    Sant’Agnese reprecata
    ‘na pipìzzela che non se’ po’ frena’.

    S’attecchia co’ rapìa ‘na mala lencua zozza,
    ironizzènno sempre su chi lla tene mozza!

    Sant’Agnese jugulata
    la reggina ‘e lla lencua e ju sfotto’.
    Sant’Agnese reprecata
    ‘na pipìzzela che non se’ po’frena’.

    Versi di Alarico Bernardi
    Musica, armonizzazione ed elaborazione corale di Camillo Berardi

    SANT’AGNESE SGOZZATA

    Sant’Agnese sgozzata
    La regina della lingua e dello sfottò.
    Sant’Agnese ripregata
    Una favella che frenare non si può.

    A mezza strada, fra storia e tradizione,
    a L’Aquila t’incontro Sant’Agnese
    che si rincuora per la devozione,
    sentita dalla gente di questo paese!
    “Questo che sembra proprio un borghetto,
    è una città borghese da molto tempo!”
    Ho precisato con un sorrisetto,
    tanto arrabbiata da non fare una piega!

    Sant’Agnese sgozzata
    la regina della lingua e dello sfottò.
    Sant’Agnese ripregata
    Una favella che frenare non si può.

    “Girando per queste stradine, rattristata e libidinosa,
    mi sono incontrata con la Maldicenza
    che, pettegola, strisciava sgallettata
    e tutti le facevano riverenza!”
    Poco più avanti, per la stessa via,
    Pettegolezzo diceva una fesseria:
    “Farsi i fatti propri! Non essere spia!”
    Ma è chiacchierare che provoca golosità!

    Sant’Agnese sgozzata
    la regina della lingua e dello sfottò.
    Sant’Agnese ripregata
    una favella che frenare non si può.

    Si ascolta con desiderio irrefrenabile una mala lingua sozza,
    ironizzando sempre su chi la tiene mozza!

    Sant’Agnese sgozzata
    la regina della lingua e dello sfottò.
    Sant’Agnese ripregata
    una favella che frenare non si può.

    Versi di Alarico Bernardi
    Musica di Camillo Berardi

    SANT’AGNESE SGOZZATA

    Sant’Agnese sgozzata
    La regina della lingua e dello sfottò.
    Sant’Agnese ripregata
    Una favella che frenare non si può.

    A mezza strada, fra storia e tradizione,
    a L’Aquila t’incontro Sant’Agnese
    che si rincuora per la devozione,
    sentita dalla gente di questo paese!
    “Questo che sembra proprio un borghetto,
    è una città borghese da molto tempo!”
    Ho precisato con un sorrisetto,
    tanto arrabbiata da non fare una piega!

    Sant’Agnese sgozzata
    la regina della lingua e dello sfottò.
    Sant’Agnese ripregata
    Una favella che frenare non si può.

    “Girando per queste stradine, rattristata e libidinosa,
    mi sono incontrata con la Maldicenza
    che, pettegola, strisciava sgallettata
    e tutti le facevano riverenza!”
    Poco più avanti, per la stessa via,
    Pettegolezzo diceva una fesseria:
    “Farsi i fatti propri! Non essere spia!”
    Ma è chiacchierare che provoca golosità!

    Sant’Agnese sgozzata
    la regina della lingua e dello sfottò.
    Sant’Agnese ripregata
    una favella che frenare non si può.

    Si ascolta con desiderio irrefrenabile una mala lingua sozza,
    ironizzando sempre su chi la tiene mozza!

    Sant’Agnese sgozzata
    la regina della lingua e dello sfottò.
    Sant’Agnese ripregata
    una favella che frenare non si può.

    Versi di Alarico Bernardi
    Musica di Camillo Berardi

  6. Camillo Berardi Says:

    Carissima Agnese Mentuccia,

    Per la tua ricerca, faccio presente che la Sant”Agnese pagana aquilana è non è la Santa Agnese Maertire, della quale potrai trovare tante notizie si Internet. Le due Sante hanno in comune soltanto il giorno della loro festività

    Ti mando pertanto alcune note sulla tradizione “agnesina” aquilana insieme ai versi canto che è stato composto per la santa aquilana.

    Potrai ascoltare il brano su Internet, digitando con Google: Aquila TV Camillo Berardi

    Buon ascolto ed auguri per il suo prossimo onomastico

    S. Agnese a L’Aquila:
    LA TRADIZIONE SI FA MITO!

    Il 21 gennaio di ogni anno, nel commemorare S. Agnese, circa duecento confraternite aquilane, costituitesi in Suo onore, si riuniscono per lasciarsi andare ad una sarabanda di licenziosità e di smodata “maldicenza” cittadina, rievocando una singolare tradizione che affonda le radici nella “notte dei tempi”.
    Agli albori del XIV secolo, la Santa divenne protettrice delle linguacciute, delle donne ai margini della società, di coloro che si ritrovavano nella miseria, vittime di se stesse o di un destino avverso, nonché delle “malmaritate” (termine eufemistico per definire le prostitute) e delle “giovinette pericolanti”. L’immaginario collettivo aquilano fu colpito ed influenzato dall’efferato martirio, subito dalla giovane e casta Agnese, nel III secolo d. C., che, prima della decapitazione, venne “jugulata” (sgozzata).
    Molto più tardi, la Martire rappresentò per le peccatrici e le diseredate un fulgido esempio di purezza, degno della più profonda venerazione.
    A L’Aquila, il Monastero di S. Agnese risale alla seconda metà del 1300. Costruito a ridosso delle mura urbiche settentrionali, ospitava le “malmaritate” e le serve dei nobili. I segreti dei palazzi dove prestavano la loro opera, venivano raccontati “coram populo”, messi in piazza, conditi con l’immancabile dose di esagerazione, frutto del piacere perverso che solo la maldicenza sa dare. Quest’ultima, insieme al turpiloquio ed alla calunnia, trovò terreno fertile nel “modus vivendi” della comunità aquilana, presso tutti i ceti sociali.
    Era il 1874, quando il Monastero fu inglobato nelle strutture del vecchio Ospedale “S. Salvatore” dove, ancor oggi, possono essere ammirati gli ambienti monastici e la bella chiesa di S. Agnese.

    Come per negare quanto storicamente documentato, la festività di S. Agnese, negli ultimi sei anni, ha tentato di indossare vesti non proprie, promuovendo Convegni Nazionali ed internazionali, nell’ambito della manifestazione:: “IL PIANETA MALDICENZA”. I Simposi hanno visto, quali ospiti d’eccezione, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, chiamato scherzosamente “IL PICCONATORE”, grazie alle sue facili “esternazioni” e l’On. Giulio Andreotti, A fianco di tanta Autorità si sono ritrovati il famoso giornalista Bruno Vespa ed il Reverendissimo Padre Francesco Compagnoni, Rettore dell’Università “S. Tommaso Angelicum” di Roma, il giornalista Antonio Caprarica, le massime autorità abruzzesi e tante altre personalità
    All’interno delle manifestazioni, concorsi sul tema della maldicenza hanno richiamato un gran numero di artisti o aspiranti tali, dando vita a kermesse di lavori in prosa, poesia, recitazione, musica e folklore. “Ttre-giorni” dedicati allo spettacolo e al divertimento, nella suggestiva atmosfera del Teatro Comunale della città, che ogni anno diventa “Capitale della maldicenza”.
    Gli eventi intendevano spiegare correttamente le ragioni di tanta devozione nei confronti di S. Agnese tra gli aquilani, conferendo alla maldicenza peculiarità specifiche come quella di “valenza sociale” e “leale antagonismo”.
    L’ironia e la satira, però, hanno contrastato il goffo, quanto vano intento degli organizzatori del Convegno di edulcorare o meglio travisare quello spirito critico, volgare e trasgressivo, coltivato da secoli e rimasto invariato nella tradizione agnesina e non. I perbenisti e i politicanti sono stati sconfitti dalla loro presunzione che li aveva indotti a credere di poter cambiare la storia, la leggenda ed il mito intramontabile di S. Agnese.
    Sacro e profano amano da sempre scambiarsi la maschera, riuscendo a stupire chi pensa di distinguere la sottile, ma sostanziale differenza che, dividendoli, li unisce in un’entità bizzarra e poliedrica.

    Il poeta Alarico Bernardi ed il musicista Camillo Berardi- hanno deciso di unirsi al coro dei sostenitori del vero ed unico significato della parola maldicenza, componendo il primo Inno ufficiale dedicato alla Sant’ Agnese laica aquilana, dal titolo: “Sant’Agnese jugulata”.

    Camillo Berardi
    Alarico Bernardi

    SANT’AGNESE JUGULATA

    Sant’Agnese jugulata
    la reggina ‘e lla lencua e ju sfotto’.
    Sant’Agnese reprecata
    ‘na pipìzzela che non se’ po’ frena’.

    A mezza strai, fra storia e tradizio’,
    a L’Aquila te ‘nfrocio Sant’Agnese
    che se rencora pe’ lla deozio’,
    sintita da lla gente ‘e ‘stu paese!
    “Quistu che pare propriu ‘nu borghittu,
    è ‘na città borghese da ‘na freca!”
    So’ pricisatu co’ ‘nu sorrisittu,
    tantu ‘nguastita da non fa’ ‘na piega!

    Sant’Agnese jugulata
    la reggina ‘e lla lencua e ju sfotto’.
    Sant’Agnese reprecata
    ‘na pipìzzela che non se’ po’ frena’.

    “Girenno pe’ ‘ste rue, mopa e rattusa,
    me so’ ‘ncontrata co’ lla Maldicenza
    che, pirchipètela, striscea sgaliusa
    e tutti ji faceano riverenza!”
    Pocu cchiù abballe, pe’ lla stessa via,
    Pettegolezzo ‘icea ‘na fessaria:
    “Fasse ji fatti se’! Non esse’ spia!”
    Ma è chiacchiara’ che provoca gulìa!

    Sant’Agnese jugulata
    la reggina ‘e lla lencua e ju sfotto’.
    Sant’Agnese reprecata
    ‘na pipìzzela che non se’ po’ frena’.

    S’attecchia co’ rapìa ‘na mala lencua zozza,
    ironizzènno sempre su chi lla tene mozza!

    Sant’Agnese jugulata
    la reggina ‘e lla lencua e ju sfotto’.
    Sant’Agnese reprecata
    ‘na pipìzzela che non se’ po’frena’.

    Versi di Alarico Bernardi
    Musica, armonizzazione ed elaborazione corale di Camillo Berardi

    TRADUZIONE IN ITALIANO

    SANT’AGNESE SGOZZATA

    Sant’Agnese sgozzata
    La regina della lingua e dello sfottò.
    Sant’Agnese ripregata
    Una favella che frenare non si può.

    A mezza strada, fra storia e tradizione,
    a L’Aquila t’incontro Sant’Agnese
    che si rincuora per la devozione,
    sentita dalla gente di questo paese!
    “Questo che sembra proprio un borghetto,
    è una città borghese da molto tempo!”
    Ho precisato con un sorrisetto,
    tanto arrabbiata da non fare una piega!

    Sant’Agnese sgozzata
    la regina della lingua e dello sfottò.
    Sant’Agnese ripregata
    Una favella che frenare non si può.

    “Girando per queste stradine, rattristata e libidinosa,
    mi sono incontrata con la Maldicenza
    che, pettegola, strisciava sgallettata
    e tutti le facevano riverenza!”
    Poco più avanti, per la stessa via,
    Pettegolezzo diceva una fesseria:
    “Farsi i fatti propri! Non essere spia!”
    Ma è chiacchierare che provoca golosità!

    Sant’Agnese sgozzata
    la regina della lingua e dello sfottò.
    Sant’Agnese ripregata
    una favella che frenare non si può.

    Si ascolta con desiderio irrefrenabile una mala lingua sozza,
    ironizzando sempre su chi la tiene mozza!

    Sant’Agnese sgozzata
    la regina della lingua e dello sfottò.
    Sant’Agnese ripregata
    una favella che frenare non si può.

    Versi di Alarico Bernardi
    Musica di Camillo Berardi

  7. Alarico Bernardi Says:

    Nell’apprezzare l’articolo su S. Agnese, ritengo di dover intervenire, quale autore dei versi del Primo Inno dedicato alla Santa, ricordando o, forse meglio dire, precisando che le notizie biografiche su questa originale figura della tradizione aquilana, sono state elaborate in un italiano comprensibile dallo scrivente che ha tenuto conto delle ricerche esperite da Camillo Berardi.
    Le firme che chiudono il testo: “Sant’Agnese all’Aquila: la tradizione si fa mito” sono state apposte, seguendo l’abitudine perversa che ispira la ricorrenza stessa: un totale menefreghismo verso l’altrui operato!
    Personalmente ritengo che sarebbe stato meglio entrare in un breve dettaglio, scrivendo: “Alarico Bernardi - ricerche effettuate da…”
    Tanto, per amore di verità.

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