Intervista a Paola Agnello Modica. Ecco servita l’Italia misogina
Postato da Redazione alle 11:43 am. Contenuto in: News
Fonte http://www.noidonne.org
“Le donne che vorrebbero lavorare (in forma retribuita) sono sempre di più, ma la situazione per loro è sempre più difficile. Siamo in piena crisi economica e occupazionale (altro che “il peggio è alle nostre spalle”!), anzi le crisi che viviamo sono tre: economica, sociale e ambientale”. Con questa sintesi, a dir poco significativa, Paola Agnello Modica, Segretaria Confederale della CGIL Nazionale, ci conduce, dal suo punto di vista, nel mondo del lavoro femminile, passando attraverso la condizione del lavoro, della salute, dell’ambiente.
Il suo ruolo nazionale è un osservatorio d’insieme. Ci aiuti a capire, oltre a ciò che viviamo direttamente, gli effetti e le prospettive della crisi.
C’è chi vuole uscire dalla crisi economica tentando di tornare al passato: competizione sui costi, disuguaglianze, investimenti nella rendita e non nella produzione e nella ricerca e innovazione, disoccupazione, precarietà, inquinamento e non mitigazione, fino a migrazioni bibliche e a vere e proprie guerre per l’acqua, cibo, energia, materie prime. Cioè negando un futuro ai poveri del mondo e alle giovani generazioni. E negando alle donne un futuro lavorativo degno e rispettoso. Oggi in Italia non solo siamo ben lontani dagli obiettivi di Lisbona, ma abbiamo il primato di tipologie di rapporti di lavoro, che provocano amplissime fette di mercato del lavoro precario, ambito in cui le donne pagano i prezzi più alti. Lavorare in forma flessibile/precaria significa non poter progettare un proprio futuro autonomo, non avere sempre diritto agli ammortizzatori sociali, non poter costruire una proprio futuro pensionistico. A ciò va aggiunta la scelta del Governo di ridurre gli interventi in materia sociale, con il doppio risultato di ridurre gli spazi occupazionali diretti per le donne e di ridurre i servizi che permettono alle donne di alleggerirsi di alcuni compiti di cura e poter quindi svolgere una attività retribuita. Il Libro Bianco del Ministro Sacconi dall’accattivante titolo “La vita buona nella società attiva” nei fatti ipotizza una risposta privatistica, corporativa e individualistica ai bisogni di servizi, tanto ci sono le donne che gratuitamente svolgono i lavori di cura. Ma anche la contro-riforma Gelmini prepara un pessimo futuro per le giovani non appartenenti al ceto alto della società. Ricordo che il massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro è seguito alla riforma che portò alla scuola media unificata all’inizio degli anni ‘60!
Il tema della salute passa anche attraverso lo stress e, da un lato siamo costantemente sollecitati alla prevenzione, alla longevità, allo star bene e, dall’altro, una donna cinquantenne risulta “da buttare”. Non è un controsenso?
In Italia la misoginia sta riprendendo fortemente piede, e di fatto il “requisito estetico” è condizione ancora drammaticamente richiesta alle donne, seppur non sempre in maniera esplicita. Ne è esempio la maggiore difficoltà delle non giovanissime a trovare lavoro, nonostante ci venga chiesto di lavorare più a lungo perché siamo mediamente più longeve. Omettendo di mettere in conto la fatica che cumuliamo durante la vita nel lavoro retribuito e in quello non retribuito e omettendo le differenze di condizioni tra lavori manuali e intellettuali. Caso mai sarebbe utile che tutti i componenti della società imparassero a manutenere la vita propria e altrui come sanno fare le donne.
C’è chi vuol fare intendere che le donne svolgono lavori meno faticosi e pericolosi poiché il tasso di infortuni, in particolare mortali, è più basso. Ma un’analisi più attenta ci dice che le cose sono diverse: secondo l’OIL in Europa ci sono 4 morti a causa di malattie professionali per ogni morto per infortunio. Ciascuno di noi conosce donne che soffrono di dolori e malattie varie, sia fisiche che connesse allo stress, che originano dal loro lavoro e la loro invisibilità mediatica non ne riduce la portata di sofferenza a volte invalidante. Così come la precarietà riduce la condivisione dei saperi e delle esperienze, riducendo le denunce relative. Parlarsi tra donne, colleghe, compagne di lavoro si può e si deve, per contribuire a uscire dalle solitudini in cui vogliono ricacciarci e per mettere in pratica la solidarietà di cui siamo capaci.
Esperienze, Parlarsi, Solidarietà, sembrano parole d’altri tempi. Ci possono davvero aiutare?
Lo dobbiamo fare ancor più oggi per uscire da questa crisi che ha anche un portato democratico e misogino. E’ indispensabile e possibile un nuovo modello di sviluppo sostenibile anche sul piano sociale e ambientale basato sulla ricerca, innovazione, occupazione anche di qualità, saperi, istruzione, nuovi valori di convivenza, democrazia. La CSI (Conferedazione Sindacale Internazionale) scrive nel suo documento che presenterà ai negoziati sul cambiamento climatico a Copenaghen: “i sindacati ritengono che la giustizia del clima non può essere raggiunta senza la giustizia di genere. Le donne sono una fonte essenziale di idee innovative e strategie di protezione e debbono essere sostenute in modo da poter svolgere un ruolo centrale nel processo decisionale a tutti i livelli, comprese le strutture sindacali.”
Mi sembra l’approccio giusto.
Donatella Orioli


Febbraio 22nd, 2010 at 1:03 am
Gentilissima Signora DORIANA GORACCI,
sono così stanco per il troppo lavoro e tormento su Dante e sul suo Medioevo che non posso che prendere sul serio il suo intervento, datato 11 febbraio 2010, in cui Lei mi consiglia, così mi è sembrato, di imparare ad amare. Fosse facile! Intanto beata Lei che c’è riuscita.
Per l’esattezza così leggo nel BLOG del ‘Corriere della Sera’ - “2 GIUGNO FESTA DELLA REPUBBLICA – MESSAGGIO DEL CAPO DELLO STATO GIORGIO NAPOLETANO”, mentre lei così a me si rivolge:
“Doriana Goracci 11 febbraio 2010 alle 01:22
“Io spero che qualcuno lassù o quaggiù, le risolva questi tormenti e le dedico una bella canzone Il Paradiso, la cantava Patti Pravo quando ero ragazza. Lei lo è mai stato giovane, innamorato anche di certe stelline, lucciole che si trovano quaggiù sulla terra? ….”
Bellino, bellino!!! Innamorevole. Mi tormento, sì, è vero!, poiché ho scoperto cose su cui nessuno mi dà ragione e nemmeno mi ascolta. Più precisamente, riguardo a quello che lei conosce di me: che DANTE PERSONAGGIO è nato il martedì 2 Giugno 1265 (Par., XXII, 110-118), e per me si tratta della nascita di un amante; e che la “gentile donna giovane e bella molto” che insegna, guarda caso, proprio come DORIANA GORACCI ad amare, fu vista dal Poeta stesso il sabato 15 Agosto 1293 (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12). Anche lei sarà dell’opinione che non vale la pena impazzire, o tormentarsi per due date: e invece io ritengo che, afferatane l’articolazione medievale, possano contribuire a cambiare in meglio la nostra cultura. Lei lo fa con quello che è, io con quello che vorrei essere: ma l’intento è il medesimo.
La invidio del fatto che da ragazza abbia potuto in qualche modo conoscere PATTI PRAVO potendo così imparare meglio a vivere veramente. Nel mio dolore e tormento io mi sono invece spesso passivamente rifugiato in DMITRY SHOSTAKOVICH quasi rendendomi sterile. Quand’io mi volto indietro mi dico che, probabilmente, non ho mai vissuto: pienamente di sicuro! Dunque la invidio!
Lei sembra aver subito intuito anche che quand’ero giovane io non avrei potuto che volermi fare prete: ed è vero! Questo avvalora la sua intuizione che io, forse, non sarei stato mai innamorato in vita mia di una stellina, se pur piccola, o di una lucciola, e nemmeno da mettere sotto il bicchiere. Non so però se a un uomo che si trovasse in questa mia miserabile condizione fosse giusto che qualcuno semplicemente glielo rinfacciasse, senza cioè, almeno sommariamente, dirgli come fare ad uscirne. Perché lei l’ha fatto! Perché finalmente mi dessi una scrollata. Ma io sono nato il 26 febbraio 1937 ed ho perfino portato la divisa fascista di “Figlio della lupa”. Ma, è vero, non è mai troppo tardi.
L’ho capito anch’io, se pur non per mia diretta esperienza personale (glielo concedo!): gli amori spesso sono brevi, se pur utili e piacevoli, e io ho dedicato anzi buona parte della mia Tesi di laura in Filosofia, sul trattato di Fenomenologia genetica del mio maestro ed amico, il Filosofo e romanziere RAYMOND ABELLIO, a spiegare come anche tutti i rapporti amorosi vadano soggetti al SECONDO PRINCIPIO DELLA TERMODINAMICA, o di CARNOT-CLAUSIUS, e cioè all’aumento dell’entropia in seguito alla ripetizione dello stesso rapporto. Si parte con l’entropia verso il minimo, i primi giorni dell’incontro, e poi più o meno lentamente si procede verso il massimo di entropia, in cui la nostra coscienza, per continuare a lavorare con entusiasmo verso la vita e profitto suo proprio di ampliamento, richiederebbe una rottura, un cambiamento del rapporto, cioè la fine del vecchio. Sono Cristiano ma a me che esista la libertà di divorziare mi rende assai più felice, non chiuso in una gabbia, per quanto non trovi mai la chiave per uscirne. Essa comunque c’è, basta migliorare il fiuto. Potrebbe essere sotto il tappeto. Scrissi nella mia tesi, anche teorizzandolo, che se ROMEO E GIULIETTA di SHAKESPEARE avessero potuto vivere insieme tutta la loro vita, ebbene nonostante che fossero loro, alla fine sarebbe stato sempre ipotizzabile che l’entropia potesse notevolmente aumentata fino a portare il loro rapporto verso una crisi, o poco lavoro da fare insieme, e questo sicuramente almeno sotto il profilo del magnetismo sessuale, che è poi la base dell’opera.
Quando portai a leggere una copia di questa mia tesi di laurea a Padre ERNESTO BALDUCCI del Centro Studi Badia Fiesolana, egli, dopo essersi disdetto amaramente di non aver scoperto lui per primo un Autore così profondo, come per indole ara sua abitudine, e si tratta di RAYMOND ABELLIO, rimase entusiasta proprio della spiegazione dell’aumento dell’entropia nel rapporto amoroso. Con la sua lunga lettera, datata 2 Novembre 1985 e da me già da tempo pubblicata, così mi rispondeva: “Caro Ceri, … In particolare mi ha interessato la categoria dell’entropia usata per spiegare il deterioramento dei rapporti intersoggettivi. Uno spiraglio che mi sarà di sicuro utilissimo per mettere ordine in tante mie esperienze…” F.to Ernesto Balducci”. Ma prima che un rapporto intersoggettivo si deteriori andrà, a monte, prima iniziato. Ed è quello che lei a me sembra rimproverare. Forse a ragione.
Per notizia, siccome il metro dell’aumento dell’entropia in un rapporto amoroso sembra interessarle, le rammento che era stato un altro mio amico, il Prof. Dr. Ing. WILHELM FUCKS, ad originalmente spiegare la possibile estensione alle scienze umane del secondo principio della Termodinamica, compresa l’esperienza amorosa moderna di cui si occupa anche la poesia contemporanea. WILHELM FUCKS, che dopo la guerra e dopo essere riuscito a “fregare” ADOLF HITLER nella battaglia aerea d’Inghilterra (1939-1940), per essere riuscito a risolvere, nell’Hangar di Aachen (?), solo teoricamente la turbolenza degli aerei MESSERSCHMITT Bf 109E che andavano a bombardare l’Inghilterra (turbolenza che ne riduceva drasticamente l’autonomia facendo perdere ai Tedeschi la battaglia e fors’anche la guerra), si era poi impegnato ad applicare il secondo principio della termodinamica di Carnot-Clausius alle Scienze Umane, riuscendovi con grande interesse internazionale. Certamente perché anche lui stufo, per l’aumento dell’entropia, di insegnare fisica teorica (Cfr. lettera inviatami da Fucks il 21 luglio 1985 - D5000 Köln 41, Klosterstrasse 63, Repubblica Federale di Germania - e già da me pubblicata). Parlando più volte a Firenze, al “Caffè Gilli”, con FUCKS, o con Willy come lui amava da me essere chiamato, era anche lui della convinzione che una stellina, o una lucciola, nel senso da lei attribuitole, forse potesse valere tutta la sua scienza, tutti i suoi più di novanta brevetti scientifici. Certamente, così mi disse, non la perdita della Battaglia d’Inghilterra, poiché se l’avessimo vinta noi, con molte probabilità non saremmo oggi qui da Gilli a discutere sull’incidenza dell’esperienza amorosa nell’entusiasmo per la vita. E perché quella tale stellina, o lucciola, da lei ricordata come erostrata, non dovrebbe valere anche tutta la mia scienza dantesca? Ma se le dicessi di sì, come potrei dopo avere la lucciola? Comunque io paragono l’importanza per l’umanità delle mie scoperte nel loro complesso, pari alla vittoria degli Inglesi nella Battaglia d’Inghilterra. Bella botta!!!
Alla stessa età in cui lei ragazza viveva, cresceva e felicemente amava all’ombra di PATTI PRAVO, io, purtroppo, dopo aver rinunciato ad entrare nel Seminario Arcivescovile, mi feci fascinare da JEAN PAUL SARTRE fondando con entusiasmo insieme a lui e ai direttori Claudio Popovich e Piero Favini, che erano reduci da Parigi, la rivista “IL MALINTESO” - periodico di discussione - Estate 1962 - (Registrazione al Tribunale di Firenze, decreto n. 1471 del 16 Maggio 1962 - Tipografia G. Cencetti, s.a.s. Firenze, Via L. da Vinci, 7). Lo confesso, non lo feci per amore di un ideale, o per imbroccare una stellina, o una lucciola, tant’ero disperato per non riuscirci. Lo feci invece per calcolo, per ambizione politica, per avere, col tempo che ci veniva favorevolmente incontro, una qualche carica politica nella Pubblica Amministrazione. Attaccai poi, quando arrivò il sessantotto e per quanto mi fu possibile, ai sessantottini stessi e fin’anche a quelli del settantasei, questa mia egoistica ambizione personale inconfessabilmente aperta anche alle tangenti e al carrierismo universitario: cioè l’attaccai ai dirigenti, a vario livello, dei movimenti extraparlamentari, questa mia nascosta intenzione e, in questo intento credo, riuscendoci almeno un pochettino.
Ma torniamo a noi. Sartre apriva la rivista “IL MALINTESO” (Estate 1962) con l’articolo intitolato “La violenza”. Riassumendo egli diceva che fra noi e la borghesia il malinteso deve essere abolito. La contraddizione degli interessi fra capitale e lavoro non deve essere resa sopportabile con la scusante di un temporaneo malinteso fra le parti: anche perché questo atteggiamento temporeggiante era già risultato storicamente perdente, infruttuoso, poco furbo. La contraddizione era strutturale e andava combattuta con una qualche forma di lotta di classe. Ed è così che contribuimmo a far nascere, almeno dal mio punto di vista, il sessantotto. Per la infinitesimale parte a cui anch’io ho contribuito non me ne pento. Certo alcuni ex-compagni poi mi dissero, negli anni ottanta, che io ero stato lì con loro a “soffiargli il naso”. Ma non credo affatto di essermi trovato nella condizione di averglielo potuto soffiare a lei, tanto lei mi insegna… Sartre infine così concludeva l’articolo: “Gli Algerini combattono in condizioni disastrose, vengono loro uccisi mogli e bambini, se sono presi torturati a morte, e il milione di morti, su nove milioni di abitanti, li ha talmente disgustati della vita che non hanno più voglia di vivere, ma solamente di vincere, e considerano sfortuna di non essere uccisi (forse anche il senatore GIULIO ANDREOTTI, che certamente non le rimarrà simpatico, oggi ne capirebbe la ragione.) I mussulmani sono gelosissimi delle loro donne, le velano, e quando qualcuno le ha toccate le ripudiano, anche se esse non ne hanno nessuna colpa. Oggi, nei villaggi, i francesi violano molte donne: accade spesso però che un combattente mussulmano consideri doveroso sposare una donna violata dai francesi. La violenza non è bella in sé, ma è necessaria come reazione ad una violenza di oppressione. L’oppressione non è solamente sfruttamento, ma distruzione. Allora, la violenza di reazione, è di conseguenza umana, è nel senso della salvezza umana” F.to JEAN PAUL SARTRE.
Così noi demmo il via al sessantotto, e forse non so se c’è oggi qualcosa di cui pentirsi. Io intervenivo nella rivista da cristiano, a pp. 28-29, con l’articolo “Valore del rischio” scrivendo che è dunque l’ora di finirla con la TEOLOGIA razionalista scritta. Bisognava che i CRISTIANI iniziassero a combattere la DEMAGOGIA presente nella DEMOCRAZIA e, al fine di eliminare la demagogia stessa, finissero per accettare il rischio quand’esso fosse servito a realizzare maggiormente l’uomo, la sua completezza. Se Sartre aveva dato la colpa dalla situazione alla coltivazione di un perenne malinteso, io la davo a quella di una costante demagogia, risultando del resto la coltivazione di un perenne malinteso al fine di sfruttare meglio il proletariato, una forma concreta di demagogia. Quindi io e lui ci capivamo. Infine concludevo scrivendo: “la pace presuppone la verità la quale non può attuarsi che col rischio” F.to GIOVANGUALBERTO CERI.
Le confesso, gentilissima DORIANA GORACCI, che ora che ho più di settantanni, la mia vita mi sembra quasi sprecata. Anche se non mi spingo fino a dire di invidiare, o ammirare, il suo ordine di esperienze, sono tuttavia convinto che se i suoi consigli mi fossero giunti per tempo, nel ’68, allora sì avrei potuto almeno tentare di approfittarne. Oggi quasi mi pare di essere un matto a credere di poter arrivare a porre le basi per una rivoluzione culturale esistenziale, ontologico-vissuta, partendo da un approfondimento del pensiero e del vissuto di Dante. Dovrei essere il VELTRO (Inf., I, 49 – 111). Avrebbe di nuovo ragione lei: non mi resta che sperare che di lassù qualcuno mi faccia la grazia di risolvere questi miei ventennali tormenti intellettuali. Non vorrei però infine deluderla nell’ammaestramento che ha tentato di darmi. Io insisto: quelli laggiù per me sono uomini a cavallo, son veri cavalieri, e non affatto mulini a vento. Faccio perciò voto alla Madonna che sopporterò di essere tormentato finché non li avrò vinti. Salutando,
Giovangualberto Ceri