1 - Lea Melandri - Democrazia e crisi della virilità
2 - Giancarla Codrignani - Politica : possibilmente la nostra
3 - Coordinamento donne contro il razzismo <http://www.womenews.net/spip3/spip.php?auteur2048> - Mai il razzismo in nostro nome! <http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article5566>
4 - Il libro della settimana - Lo specchio materno : Madri e figlie tra biografia e letteratura - a cura di Anna Scacchi
1 -Lea Melandri - Democrazia e crisi della virilità
Il pericolo che molti vedono incombere sulla democrazia nel nostro Paese raramente viene associato alla crisi, più generale e più datata della politica: la modificazione lenta ma inarrestabile dei confini che per secoli hanno circoscritto e confuso lo spazio pubblico con il suo governo, le sue istituzioni, le sue leggi, i suoi linguaggi, e, prima ancora, con il dominio di un sesso solo. I sinceri democratici, difensori dei diritti, dei principi costituzionali, della civile convivenza, sembrano imputare la minaccia unicamente a forze politiche reazionarie, a leggi liberticide, a tentazioni populiste che offendono la compostezza del buon cittadino.
La personalizzazione smaccata che Silvio Berlusconi ha fatto della /res publica/, nel momento in cui ha ricoperto una delle più alte cariche istituzionali, ha finito inevitabilmente per catalizzare su di sé, e sulla corte ossequiente dei suoi ministri e sostenitori, una minaccia che ha ramificazioni ben più profonde e diffuse nel corpo sociale.
Se la nostra cultura non si fosse dimostrata finora così ottusamente refrattaria ad accogliere analisi attente ai nessi tra corpo e politica, tra virilità e costruzione storica della sfera pubblica, risulterebbe evidente che tutto ciò che si è creduto di mettere al bando -il femminile, la matrice biologica e pulsionale dell’umano- non ha mai smesso di abitare le contrade ordinate della città.
La violenza e le sue forme estreme, la guerra, la persecuzione del nemico interno ed esterno, l’odio-amore per i diverso, le appartenenze, le enfasi identitarie, i fondamentalismi, non vanno letti “come un semplice ritorno di un residuo arcaico -scrive Stefano Ciccone nel suo libro /Essere maschi <http://www.rosenbergesellier.it/Products/Macro_d.lasso?nav=n5&id_macro=1&keyID=428>/ (Rosenberg & Sellier, 2009)- ma come una forma moderna del conflitto politico, che trova come risorsa sempre nuova il richiamo patriarcale, il suo simbolico e il suo linguaggio”. E’ per questa ragione che “risulta del tutto inadeguato fare appello -anche verso gli integralismi di casa nostra- a una comune nozione di modernità, di società dei diritti o delle regole, o riproporre una visione astrattamente liberale, quasi risorgimentale, della libertà e della democrazia per contrastarli.”
La norma e la trasgressione, l’ordine e la perdita di controllo, la legge e la sua sistematica violazione, il bene collettivo e l’egoismo individuale, la civiltà e la barbarie, non hanno mai smesso di affrontarsi e confondersi nello spazio pubblico, sotto la spinta di contesti economici e politici mutevoli, ma ubbidendo nel medesimo tempo a quella ‘invariante’ della storia che è l’identificazione dell’umano perfetto con la maschilità, e tutte le contrapposizioni che ha prodotto -tra l’amico e il nemico, il cittadino e lo straniero, il /démos/ e il /vulnus/. Se oggi il ‘popolo’, a cui il Presidente del Consiglio promette libertà di mercato, consumi e intrattenimento, licenziosità e amore cristiano, assomiglia più al secondo che la primo, è perché sono saltati molti argini, tra la sfera delle ragioni storiche illuminate e il sottosuolo melmoso che hanno lasciato crescere a loro insaputa. L’irruzione del ‘femminile’ nella vita pubblica -inteso non solo come presenza quantitativa delle donne nel luogo da cui sono state tradizionalmente escluse, ma come protagonismo e rivalsa di tutto ciò che è stato identificato col ‘sesso debole’- non poteva non intaccare i fondamenti della politica, mettere in discussione i concetti di libertà, democrazia, uguaglianza, fraternità, diritto, ridefinire in modo meno astratto la figura del cittadino.
Se l’occasione di portare al centro della responsabilità collettiva la vita nella sua interezza si sta trasformando in ‘antipolitica’ -rovesciamento dei rapporti tra ordine e caos, realtà e immaginario, ragione e sentimenti- è perché si continuano ad ignorare i percorsi di liberazione e di allargamento dell’impegno politico aperti dalle culture alternative degli anni ‘70, in particolare dal femminismo, e oggi dalle associazioni di uomini che si interrogano sulla storia dal punto di vista del sesso che ne è stato protagonista. Quello che molti di noi scoprirono allora, come insegnanti, operatori sociali, studenti, operai, nel momento in cui si abbandonavano gli strumenti tradizionali del controllo e della repressione, avrebbe dovuto allarmare molto più delle forze conservatrici che ci fecero guerra.
Le pratiche non autoritarie nella scuola, negli asili autogestiti, nelle assemblee autonome sorte all’interno delle fabbriche, che oggi vengono additate da destra e da sinistra come la causa remota del degrado attuale, sono state, al contrario, il primo svelamento della massificazione precoce, la denuncia del caos che si cela dietro i sistemi istituzionali di controllo e sicurezza. “Eludendo la figura dell’adulto -annotava Elvio Fachinelli <http://www.universitadelledonne.it/lea-fachinelli.htm> in /Masse a tre anni/ ( /L’erba voglio/, Einaudi, 1971)-, astrattamente considerata ‘autoritaria’, si vede sorgere una gerarchia di ferro, basata sulla forza e la prepotenza, che impronta di sé i rapporti dei bambini tra loro (…) sembra di trovarsi in una società violenta, tra il fascista e il mafioso”. Erano segnali piccoli ma inequivocabili, portati allo scoperto dalla consapevolezza delle mutilazioni che si era inflitta la politica, e dall’idea che bisognasse partire da lì, da quei corpi che arrivano all’asilo “già rattrappiti e coartati”, per trovare nuove forme d’amore e di convivenza umana. La crisi dell’autorità paterna nell’ambito famigliare, e il declino delle istituzioni della vita pubblica, avrebbero poi subìto un’accelerazione imprevista sotto l’urto della società dei consumi, della sua potenza invasiva e divorante, della sua indifferenza per norme e limiti di ogni specie. Così è accaduto che, quando ancora le donne muovevano i primi passi da cittadine sotto tutti gli effetti, a farla da vincitore fosse il ‘femminile’ costruito dall’uomo, la visceralità che la storia si è portata dietro e che insidia da sempre il suo processo di incivilimento.
Di fronte a quella melassa ibrida e indifferenziata di ripiegamenti arcaici e accelerazioni postmoderne, in cui è immersa la nostra società, tornano a far riflettere le pagine finali de /La democrazia in America/, di Alexis de Tocqueville: “Credo, dunque, che la forma di oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che l’hanno preceduta nel mondo…le antiche parole dispotismo e tirannide non le convengono affatto. La cosa è nuova, bisogna tentare di definirla, perché non è possibile indicarla con un nome.” Che Tocqueville, per definire il “potere immenso e tutelare” a cui si rivolge la “folla degli eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari”, avesse in mente una figura di ‘madre mortifera’, saziante e insieme divorante -la stessa che Fachinelli intravide dietro la società dei consumi, nei suoi scritti sul ‘68-, è altrettanto chiaro: “Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi.”
Servitù regolata, bisogno di essere guidati, e desiderio di restare liberi, accentramento e sovranità popolare, governo di uno solo e onnipotenza della maggioranza: non è questo il ‘berlusconismo’ da cui sembra così difficile districarsi per trovare nuove vie d’uscita?
Questo articolo è uscito sul settimanale /Gli altri <http://altronline.it/> /dell’8 gennaio 2010
2 - Giancarla Codrignani - Politica : possibilmente la nostra
** Non vorrei tornare ad Aristotele e rinumerare i contenitori che dividono le cose fisiche - la realtà concreta - dalle metafisiche - le astrazioni. Siccome però è stato lui che ha fissato, più o meno per sempre, le discipline, vorrei dire che, come donne, abbiamo fatto bene il nostro mestiere: il femminismo si è occupato, nelle sue diverse scuole di pensiero, di tutto il sapere, ha sferrato un duro colpo alla metafisica dell’Uno, è entrato nell’ermeneutica delle scienze (anche se sembra che il botanico e la botanica operino indifferentemente), ha posto interrogativi all’etica. Ma il capitolo della politica ha messo in questione esigenze e richieste di genere, non la natura dei poteri costituiti.
Non dimentico studi interessantissimi che, non solo per le autrici (tutte abbiamo debiti di riconoscenza nei loro confronti), sono opere politiche. Ma il campo politico in sé - ripensiamoci - è stato il terreno in cui siamo state subalterne proprio mentre cercavamo di esprimere la volontà di rifare i conti con la cittadinanza. Generalizzando, la dipendenza in qualche modo obbligata è implicita nel rapporto che il femminismo ha avuto con la sinistra. Le donne sono sempre state pronte a cogliere gli spazi che si aprivano nell’ambito progressista per le opportunità delle promesse di liberazione universale. Olimpia de Gouges con le altre amiche scrisse i “diritti della donna e della cittadina” illudendosi che gli illuministi al potere avrebbero esteso le garanzie di nuovi diritti, ma il suo femminismo paritario si manifestò meno nella richiesta per entrambi i generi di poter salire “alla tribuna e al patibolo”, che non quando rimproverò a Robespierre l’uccisione del re, se poi intendeva prendere per sé il potere assoluto. Sperimentò per questo il patibolo, ma aveva posto sul piatto il problema dello Stato. Soltanto un re fa la monarchia?
Anche nelle rivoluzioni russe furono presenti le donne, a partire dalla Krupskaja, che rimase nella storia solo come “moglie” di Lenin. Il grande processo trasformativo doveva essere riscatto anche per le donne incastrate nel ruolo domestico ipertradizionale della Russia zarista. La nuova società nasceva all’insegna del “libero amore” come cultura nuova delle relazioni; ma, poteva vincere il principio femminile della scelta libera e non più soggetta alle decisioni dei genitori se tutti gli uomini ritenevano che la rivoluzione metteva loro a disposizione i corpi delle donne? Lenin intervenne a sciogliere la contraddizione con il precetto del parroco: non è come bere un bicchiere d’acqua un rapporto da cui può nascere un figlio… A parte una questione che non è solo privata, tutti i partiti di sinistra procedettero imperterriti ad approfondire interni conflitti in nome del socialismo o del comunismo “realizzati” senza accorgersi che, sia che le donne contribuissero a realizzare il mondo nuovo, sia che il sistema comunista dovesse emancipare il sesso debole, non si dava ombra di realizzazione guardando segreterie politiche e governi in cui le donne erano praticamente inesistenti. La libertà tout court si dà, infatti, a partire dalla concreta libertà femminile e non dalla condivisione di qualche incarico.
Fortunatamente i discorsi attuali nei nostri paesi si realizzano in contesti democratici. La regola aurea del “governo del popolo” è il principio maggioritario: tutti votano e il 50+1 ottiene la maggioranza. Ovviamente con il duro discrimine del rispetto delle minoranze. Per il rapporto uomo/donna non si danno problemi: ovunque le donne sono almeno il 51% degli elettorati: invece restano minoranza e si studiano le misure di tutela dei loro diritti! L’Unità il 25 novembre ha intitolato “L’onda rosa arriva a Strasburgo”, per dire l’esultanza di avere nella Commissione europea 9 donne e 13 uomini (dopo che le tre precedenti commissarie avevano fatto una denuncia pubblica per far sapere che “l’Europa non può permettersi di usare solo i talenti, le idee e le esperienze di metà dei cittadini”). Naturalmente, quando una di loro è stata nominata Alto rappresentante per la politica estera, una “sconosciuta” perché le donne non acquistano fama politica per quello che fanno, è seguito il commento senza appello che si trattava di una scelta di “basso profilo”.
Sembra che in Italia il Partito Democratico abbia scritto nel suo statuto che gli incarichi debbono seguire la regola del 50/50. Ovviamente c’è stata coerenza nella nomina di una presidente (Bindi), di un segretario (Bersani), di due vicepresidenti uomo e donna (Sereni e Scalfarotto). Anche la segreteria sembra rigorosamente paritaria: 6 a 6, ma con un coordinatore uomo. Uomo anche il tesoriere. Poi, la frana. Commissione di garanzia: 2 donne e 7 uomini; Segreterie regionali: 2 donne e 19 uomini; Presidenze dei forum: 3 donne e 19 uomini… Ovvio che qualcuno dirà che lo statuto consente queste (s)proporzioni; ma non è così che si fa quella democrazia che comprende le donne e fa sì che in molte desiderino partecipare (attualmente ci si rinfaccia che è difficile trovare donne da mettere nelle liste elettorali perché le donne “si negano”, come se fossimo così stupide da fare le seconde parti senza benefici).
Ma anche a livello locale le cose sembrano tornare al gioco dell’oca: nel coordinamento regionale dell’Emilia ci sono 2 donne e 9 uomini, nell’esecutivo su 17 membri le donne sono 7, mentre dei 4 invitati permanenti una sola è femmina.
A parte le congratulazioni, qualcosa non funziona. Che cos’è per le donne un partito? Che cosa una leadership, le forme istituzionali, le regole? Ovvio che stiamo in contesti che accettiamo senza difficoltà (oppure no: con molte difficoltà); ma il problema è capire quali sono le conseguenze di una logica femminista applicata alla politica. Che cosa vorremmo? Scommettere su D’Alema agli esteri dell’Unione europea perché è italiano e per giunta Pd e non sulla sconosciuta Catherine Ashton? Essere rappresentate da donne che non sono state scelte dalle donne? Anche da donne che, per obbedienza al partito, votano contro la RU 486?
Che cosa significa, da un punto di vista femminista, “fare politica”? Replicare la storia in veste rosa? Oppure ripensare i valori dello stato, dell’economia, del privato e del pubblico (che non sono il personale e il politico). Viviamo la fine di un’epoca storica e non abbiamo certezze sul nuovo che verrà, ma è sicuro che dovremo innovare quasi tutto. Le donne hanno più facilità a proporre ristrutturazioni e diversificazioni, anche perché non sono state loro ad avere la responsabilità inventiva delle strutture vecchie. Sarà difficile, ma se vogliamo cambiare il mondo, vale la pena di contribuire con nuove analisi e nuove teorie.
Divertiamoci un poco nel 2010!
11 gennaio 2010″Noi donne”
3 - Coordinamento donne contro il razzismo <http://www.womenews.net/spip3/spip.php?auteur2048> - Mai il razzismo in nostro nome! <http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article5566>
A Rosarno razzismo istituzionale, razzismo popolare e razzismo dei media si sono fusi insieme, così come da anni sta accadendo in tutta Italia. In più, in questo come in molti altri casi, si sono aggiunti la criminalità organizzata e lo sfruttamento disumano di una manodopera straniera che il “pacchetto sicurezza” rende costantemente ricattabile - con o senza i documenti in regola - e quindi assolutamente priva di diritti.
Il razzismo istituzionale è palese nelle dichiarazioni del *Ministro Roberto Maroni* che ha incolpato - sembra incredibile! - l’immigrazione clandestina di aver alimentato la criminalità, e ha ribadito la “tolleranza zero”, senza nominare l’aggressione subita dai lavoratori immigrati e, più grave ancora, senza denunciare (come sarebbe dovere del Ministro dell’Interno) la grave condizione di sfruttamento, illegalità e violenza a cui vengono costretti i giovani africani, e quindi senza punire, con la stessa pervicacia con cui procederà alle espulsioni, alle detenzione e agli arresti degli immigrati, quei datori di lavoro e quei caporali che li costringono a condizioni schiavistiche di vita e di lavoro.
Una parte della popolazione di Rosarno, incitata e fomentata da forze che lo stesso Prefetto di Reggio Calabria definisce “non chiare” e “fuori controllo”, ha reagito con violenza, e anche i media hanno veicolato la tesi della “minaccia immigrazione”. Né l’opposizione politica presente in Parlamento ha reagito con la fermezza necessaria alle bugie palesi e al clima di evidente razzismo.
Quasi nessuno ha rilevato che i “fatti di Rosarno” hanno avuto inizio da una denuncia presentata dai lavoratori contro i loro sfruttatori e i caporali - una denuncia coraggiosa e tante volte richiesta, a parole, dalle autorità. Sono passati in second’ordine il fatto che, in pratica, tutta l’economia della zona si basa sulla manodopera “clandestina” che lavora nei campi e nelle piantagioni e il ruolo fondamentale della criminalità organizzata in Calabria.
*Noi siamo* *indignate e atterrite*. Il clima nel nostro paese è diventato irrespirabile ed è pervaso da una violenza e un razzismo che rendono possibile persino la “caccia al nero” di antica memoria. Siamo atterrite anche perché in Italia non si esprime una forte coscienza civile e sociale adeguata alla gravità della situazione.
Facciamo nostra la posizione di molti costituzionalisti: abbattere le garanzie dello stato di diritto per gli immigrati, creare un diritto penale speciale, abolire, per loro soltanto, le garanzie dello stato democratico e la protezione sociale, costituisce un imbarbarimento complessivo della nostra convivenza, un nuovo populismo reazionario che, attraverso il controllo dell’informazione e dell’economia, metterà tutti “in riga”.
*Saremo tutti coinvolti, nessuno escluso, lo siamo già oggi.*
Gli allarmi sulla sicurezza produrranno leggi e prassi più restrittive, e dunque sempre maggiore “clandestinità”, effetto delle politiche di sbarramento delle frontiere e di criminalizzazione degli immigrati nel territorio nazionale, e questa maggiore diffusione della “clandestinità”determinerà a sua volta un allarme sociale sempre crescente che offrirà altri margini alla speculazione politica ed agli imprenditori della sicurezza… Si avvicina davvero il tempo di denominare il ministero dell’interno come il “ministero della paura”.
Noi ci rivolgiamo alle donne, a tutte le donne, chiedendo loro di prendere parola e di lottare per i diritti civili fondamentali che sono indivisibili, per i diritti umani che proprio in Italia vengono calpestati quotidianamente.E a quegli uomini violenti di Rosarno che hanno detto “noi difendiamo le nostre donne dalla violenza dei negri” noi rispondiamo: *Mai il razzismo in nostro nome!*
*Facciamo nostre le richieste* immediate delle associazioni degli immigrati e delle associazioni antirazziste: occorre introdurre al più presto meccanismi di regolarizzazione permanente a regime, in modo da fare emergere tutto il lavoro sommerso degli immigrati. Occorre abbreviare drasticamente i tempi burocratici per il rinnovo dei documenti di soggiorno. Si deve rilasciare uno speciale permesso di soggiorno per ricerca lavoro a quegli immigrati che denunciano il datore di lavoro “in nero”. Tutti i richiedenti asilo dovranno avere accesso alla procedura per il riconoscimento di uno status di protezione internazionale, o di protezione temporanea, e quanti hanno ricevuto un primo diniego devono essere posti nelle condizioni di restare in Italia fino all’esito definitivo del ricorso. Il sistema di accoglienza per loro previsto va potenziato e rifinanziato per non costringere chi è fuggito da guerre e persecuzioni alla “sopravvivenza animale” nella quale si sono trovati gli immigrati nelle campagne di Rosarno e non solo.
/Casa internazionale delle donne
Coordinamento donne contro il razzismo/
Il Paese delle donne 12 gennaio 2010
IL LIBRO DELLA SETTIMANA Lo Specchio materno - Madri e figlie tra biografia e letteratura - a cura di Anna Scacchi
Di Adriana Chemello - Segnalato sul sito della Società delle Letterate
All’interno della «grande storia non scritta» delle donne di cui parla Adrienne Rich un capitolo importante è quello relativo alla relazione madre-figlia, sia in quanto nodo biografico di quel continuum femminile spesso occultato o ignorato, sia come nodo tematico forte della letteratura delle donne. Il tema è al centro del volume che Anna Scacchi ha costruito con fine intelligenza, valendosi della collaborazione e della fiducia di amiche e colleghe che hanno accettato di «raccontare la storia di una madre e di una figlia che fosse stata significativa nel loro percorso di “lettrici professioniste”». E anche per coloro che, con la reticenza del pudore, hanno evitato di raccontare la loro esperienza autobiografica, la storia segreta della loro relazione con la madre affiora quasi inconsapevole tra le righe.
La proposta di Anna Scacchi - come ci racconta nell’Introduzione - prende forma dalle suggestioni ricevute sfogliando un volume pubblicato negli Stati Uniti nel 1987, Mothers & Daughters, realizzato dalla scrittrice americana Tillie Olsen e dalla fotografa Estelle Jussim. Un volume affascinante che racconta con parole e con immagini la relazione tra madre e figlia, non tanto la ribellione delle prime femministe verso la madre oblativa voluta e forgiata dalla cultura patriarcale, e neppure quel luogo di conflitti e di sofferenze descritto dalla psicoanalisi, bensì la relazione madre-figlia in cui maternità e creatività possono esaltarsi reciprocamente. Perché ha a che fare con l’azione di cura verso l’altra/o e pertanto con il «pensiero materno» anche il lavoro di «recupero delle scrittrici del passato» e la «riconoscenza» verso le madri biologiche e simboliche. Scrive infatti Anna Scacchi: «Grazie a Olsen la teoria femminista comincia a utilizzare il rapporto madre-figlia come paradigma e modello attraverso cui pensare le relazioni tra donne, da quelle tra insegnante e allieva a quelle tra le studiose di letteratura e le autrici di cui si occupano. Alle metafore sessuali che strutturano il rapporto del critico con il testo, oggetto da penetrare e sezionare con l’acumen del raziocinio, la critica letteraria femminista oppone metafore che sottolineano la continuità tra lettrice e autrice, la costruzione da parte della figlia di un canale di contatto con la madre letteraria».
Hanno collaborato al volume, oltre alla curatrice, Anna Scacchi (La madre restia. Charlotte Perkins Gilman e Katharine Chamberlin), Paula Rabinowitz (A nuoto nella tela. Kate Chopin), Renata Morresi (M/others: Nancy Canard, figlia dell’impero, e la paura dell’”Uomo Nero”), Charlotte Nekola (Ida Lupino! Ida Lupino!), Paola Bottalla (Conversazioni oblique. Il rapporto madre-figlia nella poesia di Judith Wright), Stefania Sbarra (La madre di carta. Cordelia Edvardson ed Elisabeth Langgässer), Donna Perry (Scrivere la vita di una figlia. Jamaica Kincaid), Laura Silvestri (Amare la madre. Danielle Girare, Carmen Martín Gaite), Tatiana Petrovich Njegosh (L’amore molesto di Amalia e Delia).

